Happy Birthday to me.

Quelle lauree un po’ così, un po’ così tanto belle.

Chi l’avrebbe mai detto. Chi l’avrebbe mai detto chi sarei stata oggi? E domani? Forse è davvero scritto su un grande libro chi siamo e chi dobbiamo diventare. Forse davvero c’è una missione per ognuno di noi in questa vita. No, non mi sono fumata niente, sono pure astemia purtroppo. E’ solo che sono 26 anni, oggi, che cerco di capire cosa fare della mia vita. Probabilmente non sono normale, ma non credo sia un problema in questo mondo di fuori di testa.

L’eterno dilemma: studio ciò che mi piace e poi si vedrà, oppure studio ciò che mi darà un lavoro? Io risponderei entrambe le cose prego. Per natura non amo le polemiche, chi si lamenta e non fa nulla per cambiare, chi schifa l’Italia e le sue scelte sbagliate. Chi ha tutto, troppo e se lo tiene tutto per sé. Gli adulti che dicono che i giovani non sanno accontentarsi e i giovani che si accontentano. Onestamente gli anni universitari non mi hanno insegnato una professione, non sarò un medico, un ingegnere, un architetto o un avvocato. Sarò una comunicatrice (e chi non lo é?) specializzata in studi dell’Africa, che biascica un inglese da italiana e che legge e scrive l’arabo ma non lo capisce tutto. Ci vuole tempo per studiare e proprio quando la tua Italia inizia a dirti “adesso é ora che ti cerchi un lavoro e che ti sistemi”, è proprio lì che capisci che il tempo non é stato abbastanza. Ma maledetto sia il giovane studente che si accontenta! Dopo anni di studio, di tempo e di mal di pancia vari, di gelide mattine ad aspettare un treno che non arrivava mai, di tasse salatissime (alla faccia del diritto allo studio), di incazzature e sacrifici e rinunce dei tuoi genitori. Dopo tutto questo, non osate dire a un giovane “prendi quello che c’è”. Non fatelo.

Il fatto é che nonostante tutto bisogna continuare a fare ciò che amiamo, a studiare perché ci piace. Perché siamo assetati di sapere, mai stanchi d’imparare. Forse non abbiamo un cv perfetto, che spazia dal baby sitting al training course in data journalism e che finisce nel racconto dei viaggi più disparati. Persi nel sapere fare tutto e niente. Per noi, oggi, non ci sono strade già tracciate, ce le dobbiamo inventare. E quindi, avete paura di non essere  abbastanza creativi?

Insomma, questi 26 anni non mi portano saggezza, per quella ho ancora un sacco di chilometri da percorrere, ma come ogni tre febbraio portano a una domanda (anche più di una): “Dove sono diretta?”. Quest’anno io proprio non lo so, ma ho pensato che spaventarsi non serve a nulla. E’ un po’ come quando hai studiato tutta la lezione, non la sai benissimo, ma la sai, e devi ripetere il giorno prima dell’esame.

Agitazione.

Mi piace pensare che le nostre strade si siano incontrate per un motivo, e che in un qualche modo ci siamo scelti. Mi piace pensarvi in qualche terra sperduta, lontani o vicini e felici. Come ovviamente lo sarò io.

Tanti auguri a me, tanti auguri a noi che siamo un po’ persi in questo futuro così già pieno di idee e progetti stralunati.

“Non avrai molto tempo per capire e fare le cose. Il tempo che ci danno, quella cosa chiamata vita, dura troppo poco. E così bisogna che tutto accada molto in fretta.”

– da Oriana. Una donna. –

In attesa del sole…buona strada amici e buon compleanno a me.

Anyway, Alakara!IMG_1891

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Verso l’infinito e oltre!

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Manca poco. Ancora tre settimane e poi sarò di nuovo in pianura. Felice, stanca, ma non del tutto sazia. Non mi é bastata questa Africa, ma già lo sapevo.

Lo chiamano mal d’Africa, ma é tutt’altro che male. E’ la nostalgia del dire “nonostante tutte le difficoltà, sono stata bene”. Nonostante tutto, ce l’ho fatta.
E’ una sensazione strana che prende chi, dopo aver vissuto da sempre in una società ricca, si trova tra la polvere o il fango per scelta. Il lasciare le comodità, le sicurezze é di certo spaventoso e difficile, ma comunque straordinario.
Così si torna, con i bagagli pieni di nuovi tesori e avventure da raccontare. E’ un po’ come quando il panico sorprende l’artista che si deve esibire davanti a una platea stracolma, e quando tutto é finito e andato per il meglio vorrebbe rifare tutto da capo, di nuovo, ancora, nonostante lo sforzo e la stanchezza.

Cosa porto a casa?

Questa domanda mi perseguita ogni giorno. Maledetta mente che in questi mesi ha lavorato troppo, senza mai fermarsi. Maledetto cuore che si é emozionato ogni volta davanti a un tramonto, a uno sguardo e al pensiero di un abbraccio.
Pensavo a casa e mi dicevo basta, questo é l’ultimo, ma poi, qualcuno che mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa mi ricordava “non fare promesse che non sai mantenere e sii felice”.

Non ero pronta a partire e non lo sono a tornare.
Ho ancora troppo da imparare.

Cosa porto a casa?

Porto a casa una quantità di amici indecifrabile, bianchi, neri, caffélatte. Per quanto possa essere banale, é vero.

Porto a casa il vero senso del tempo e della pazienza.

Porto a casa 7 chili in più, simbolo indiscutibile della mia serenità.

Porto a casa tanta tolleranza, di quella sana e che fa bene. Ne ho talmente tanta che se qualcuno dalle mia parti ne volesse un po’…non tutta, servirà anche a me una volta a casa, oh se mi servirà!

Porto a casa la consapevolezza che c’è tanto da fare qui, ma ce n’è anche in Italia. Qui bisogna tirarsi su le maniche per sporcarsi le mani, anzi i gomiti considerata la quantità di fango, nel senso letterale del termine. A casa bisogna aprire le menti ancora chiuse, quelle che “poveri bambini africani che muoiono di fame. Punto.”. E quindi, che vuoi fare? Da che parti stai? Cosa é più difficile?

Porto a casa un po’ di rabbia, se non si fosse capito, per non aver fatto abbastanza.

Porto a casa il sorriso di Adomer che finalmente ha una famiglia, per quanto povera sia. I sogni di Otyan che da grande vuole diventare un business men. La felicità incontenibile di Emmanuel che ha un paio di guantoni da box nuovi.

Porto a casa l’odore di capra, la puzza di benzina e di bruciato. La polvere negli occhi. Qualche cicatrice in più sulle mie gambe martoriate dalle pulci. I capelli quasi color rame, baciati da questo sole.

Porto a casa un cuore karimojong.

Porto a casa pezzi di vita condivisi. Le paure di Davide e del suo nuovo lavoro in Sud Sudan. Il donarsi senza troppi ma di Sara, la sua dolcezza. La determinazione di Samuele e Carlotta nel dire andiamo ovunque, purché sia insieme e così dopo un anno in Guatemala sono arrivati Uganda. La voglia di fare di Laura e tutti i suoi punti interrogativi per il futuro, che non sono poi così diversi dai miei. Porto a casa l’amore sincero di Cristina e Joseph. Le discussioni tra Marco e Roberto che sembrano quasi barzellette. La competenza, pazienza e gioia di Pierangela, esempio di donna e madre. Le lamentele di Jiuliana e la sua purea senza latte, solo per me. Porto a casa Giorgio e Cristina, la loro storia. La pacatezza di lei e l’essere instancabile di lui, un mix perfetto.

Porto a casa la gioia immensa di abbracciare chi comunque é partito con me con il pensiero. Di raccontare agli amici cosa ho visto e fatto, anche se non capiranno, anche se le nostre idee saranno sempre diverse.

Perché poi, prima o dopo, bisogna tornare. Dopo tutto questa vita é un viaggio, un andare e venire bellissimo. Troppo bello e complicato da spiegare. Un po’ come quando si é talmente innamorati e felici che ti vien voglia di saltare sul letto, di urlare di gioia. Come quando il cuore scoppia! Bum!

Un viaggio non si fa. Il viaggio ci fa e ci disfa. Ci fa in piccoli pezzi. Come un puzzle, ogni volta ci smonta per poi rimontarci, sempre noi, ma con più capacità e con più dimestichezza. Quando viaggi nulla ti appartiene più. Solo il cielo, il sole o la pioggia, il sonno e la fame.

Devi accettare ogni imprevisto, qualunque esso sia, anche il non sapere più di preciso chi sei e considerarlo un’occasione.

In fondo, se Dio ci ha fatto le gambe ci sarà un perché, non di certo per restare fermi, altrimenti sarebbe un mondo pieno di alberi con bellissime radici.

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perchè. I loro desideri hanno le forme delle nuvole. – Charles Baudelaire –

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“A tree can only be straightened when it is young”.

“Elastico: che tende a riassumere la forma iniziale quando cessa l’azione delle forze che lo deformano; agile, pronto, adattabile. Dal greco: elater, persona o cosa che spinge avanti.”
Se dovessero chiedermi come sono, in questo momento storico, risponderei “come un elastico”. Adattabile ad ogni circostanza, non sempre con facilità, e consapevole di dover tornare alla forma originaria scontrandomi spesso con la società in cui vivo.
Queste credo siano le caratteristiche fondamentali di ogni viaggiatore, specialmente se sceglie un paese con meno comodità. Non dico meno sviluppato perché, su certi aspetti, il continente africano é più sviluppato di noi, ma per capirlo e accettarlo bisogna viverlo.

Mentre scrivo sono in auto. Ieri a Kigali, Ruanda, oggi di nuovo verso la Karamoja, Uganda. Kilometri percorsi: più di mille. Volti incontrati: troppi. Passando per i centri abitati la gente si ferma, smette qualsiasi cosa stia facendo per guardarti. Sono bianca, me l’ero dimenticato.
Tornando ai kilometri…passare da Kigali alla Karamoja è un bel salto. Il Ruanda lo chiamano il paese delle mille colline, effettivamente appena si attraversa il confine, arrivando da Kampala, si è circondati da un panorama collinare verdissimo. Tutto sembra molto ordinato e l’intuizione non è sbagliata. La capitale Kigali è una capitale quasi europea: marciapiedi, strade pulite e senza buche, cestini per la spazzatura, strisce pedonali rispettate e rotatorie curate. Fa strano, non sembra nemmeno l’Africa. Il Ruanda è un paese turistico, sicuramente più dell’Uganda, e porta sulle spalle, oltre che nel cuore, il peso di un genocidio. 1994, vent’anni fa, Huto contro Tutzi. Qualsiasi atrocità esistente su questo pianeta, in quelle strade, è stata commessa.

L’Uganda invece è ancora terra rossa e buche, è capanne e caos. E’ lo smog di Kampala che ti entra nelle narici, è la melodia dei grilli e delle cicale ogni sera a Moroto, è il sole che ti scalda il cuore ogni giorno. Una natura incontaminata. Lasci il traffico di Kampala e risali l’Uganda per 500 kilometri, passando per le sorgenti del Nilo, circondata dalle piante di papiro. Solo qualche kilometro ancora per trovare le piantagioni di the e lasciar posto alle prime capanne. Qui ad entrarti nelle narici non c’è lo smog ma la polvere rossa della terra karimojong. Noi la chiamiamo la regione del Karamoja, in verità la Karamoja è la terra – qualsiasi terra – abitata dai karimojong, da sempre nomadi. La loro cultura è affascinante e ricca di significati, dalla disposizione delle capanne all’interno delle manyatta (villaggi) alle mani alzate con i palmi rivolti verso chi si incontra.
L’Uganda è ancora un paese povero, secondo i nostri standard, ma negli ultimi trent’anni ha subito grandi cambiamenti, in Karamoja soprattutto. La più grande rivoluzione è stata l’educazione: oggi in Karamoja i bambini vanno a scuola. Non tutti, ma una gran parte, almeno fino alle scuole elementari. La vera rivoluzione sta nella richiesta di istruzione, anche da parte dei genitori stessi. Insomma, piccoli passi per raggiungere grandi vette. Questo per smentire le voci di chi dice che l’Africa rimarrà sempre povera. Certo, se per “sempre” consideriamo la durata della nostra vita…
In lingua karimojong non esiste la parola “futuro”, la traducono dall’inglese. Questo ci fa capire quanto importante e precario sia il presente. Quanto conti l’adesso, il soddisfare i bisogni primari. Non esiste la parola “amore”, ma esiste la parola “fame”.

“Ciao Marta! Come stai?”
“Abbastanza bene, grazie…”
“Come mai abbastanza? Non hai mangiato?”.

Perché Dio non ti sbatte mai una porta in faccia senza prima averti aperto almeno una scatola di biscotti. -Elizabeth Gilbert-

Avete presente quando uno si chiede: “ma io non potevo starmene a casa mia, nel comodo e nel pulito?”.

Sono in Uganda da dieci giorni e solo adesso forse me ne rendo conto. I miei occhi scattano in continuazione, la mia macchina fotografica un po’ meno.

Ogni giorno qui è una lezione di vita, si é più stanchi perché si é più ricchi. La prima lezione che ho imparato qui é che ci vuole tempo. Ci vuole tempo per raggiungere questo posto, ci vuole tempo per digerirlo, per accettare l’odore diverso di una Kampala afosa, l’odore di bruciato, dei fumi che dalla terra solleticano le nuvole, l’odore del cibo, l’odore della pelle.

Ci vuole tempo per non sentirsi stranieri nonostante tu sia l’unica bianca al supermercato. E allora capisci cosa vuol dire quando a casa tua si presenta la stessa situazione, soltanto che la straniera non sei tu.

Ci vuole tempo per conoscere chi sarà la tua famiglia in questi mesi, per capire il loro lavoro (che sarà anche un po’ il tuo), tanto bello quanto precario e complesso.

Ci vuole tempo per accettare le scomodità di un viaggio, di un’esperienza o di una scelta di vita.

Ci vuole tempo e pazienza. Pazienza per non arrabbiarsi se le cose non vanno come programmato (qualsiasi programma tu farai in Africa, qualcosa andrà comunque storto, non è un antico proverbio africano ma un dato di fatto). Pazienza di riscoprirsi, di vedere fin dove si arriva, di provarci. Pazienza per far sì che la paura o lo sconforto non prendano il sopravvento.

In fondo c’è qualcosa che ti fa restare, qualcosa che non so cos’è, che ti fa sentire “potente” nonostante i tuoi 40 kg e 160 cm. Qualcosa che ti dice “resta, la lezione non é ancora finita”.

E quando proprio ti chiedi “ma io qui che ci sto a fare?”, basta mettere un piede fuori dalla porta e ti trovi davanti a uno spettacolo. Una natura ancora non toccata, selvatica. La sua gente che ti guarda stranita, studia le tue fattezze, i tuoi capelli lisci così diversi dai suoi…e poi scappa un sorriso: ingenuo, sdentato, bianco, felice, di cortesia. “You’re welcome” ti sussurano. E allora sì che capisci che ci stai a fare lì. Nulla é per caso. Anche il momento più difficile e brutto ha un suo perché.

“Perché Dio non ti sbatte mai una porta in faccia senza prima averti aperto almeno una scatola di biscotti”.

Prima di ripartire.

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In estate, i momenti che amo di più, durante le 24 ore di vita che ho a disposizione, sono: la mattina (presto) e la notte. La prima è adrenalinica, è l’aprire gli occhi e dire “wow, ho una giornata intera da vivere e da raccontare”. Dà l’idea di rinascere ogni volta che suona la sveglia – terminati gli innumerevoli insulti dati da quella fase di incoscienza/rincoglionimento dei primi minuti, i quali, ingannevolmente, ti fanno pensare “oggi non ce la posso fare” – . La seconda, la notte, è ascolto. Di notte si percepiscono un sacco di rumori di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza. Di notte si sta in silenzio e ne si ascolta il rumore. Quando piove poi è una sinfonia, una natura in concerto.

Quando uno parte la prima volta queste accortezze non le ha. Non sa quanto gli mancherà la banalità dei soliti rumori di cui spesso si lamenta. Non sa che un viaggio affina i tuoi sensi, tutti e cinque…come fare un check up.
L’udito percepisce nuovi suoni, quelli caotici delle città e quelli poetici dei villaggi.
La vista si innamora di nuovo della vita, gli occhi catturano, mettono a fuoco e scattano meglio di una reflex.
I piedi calpestano nuove terre, scomode e sporche spesso, ma con stanchezza e determinazione ti portano a scoprire luoghi impensabili. Per non parlare delle mani: toccano, incontrano, lavano, aiutano, accarezzano, stringono. Instancabili lavoratrici.
Il gusto per noi italiani è il top, è il senso preferito e intoccabile. Come si mangia in Italia non si mangia da nessuna altra parte. E’ vero. Ma (c’è sempre un ma) vuoi mettere la gioia e la curiosità di assaggiare nuovi piatti? Nutrire il corpo di nuovi sapori, spezie, frutti è come non fargli mancare nulla, è come completare un’opera.
Ed infine c’è lui, l’olfatto, abituato a sentire il profumo di caffè che arriva dalla cucina ogni mattina oppure quello di pane appena sfornato il venerdì sera. Sì perché il venerdì sera nelle strade di Mede si respira ancora il pane, quello buono. Si sente attorno alla mezzanotte, prima del solito, perché i panifici fanno razione doppia in vista del weekend.
Ecco cosa non si sa quando si parte la prima volta.
Ecco, invece, cosa ti manca quando riparti. Quando sai quello che lasci, ma non quello che trovi. Eppure devi andare. Devi perché è altrettanto emozionante, perché, come diceva qualcuno, bisogna trovare il proprio posto nel mondo. Devi per essere testimone, di quello che vivi, di una scelta. Non si parte per essere eroi, salvatori del mondo. Ma per spingersi sempre più in la dove non tutti possono o vogliono arrivare, per essere un esempio sano, che fa bene. Per crescere finchè Dio ce lo permette, per capire i propri limiti e superarli o anche per tenerseli per sé, stretti stretti.

Prima di ripartire però è necessario: farsi una bella doccia calda, coscienti che il proprio bagno lo si rivedrà tra mesi, ahimè. Dopo di che, è consigliabile alzarsi presto, affinare i sensi e godersi tutto ciò che la mattinata propone (dall’odore di caffè, alla badante della vicina che strilla), farsi scaldare dal sole (che è lo stesso, almeno quello, ma ovunque andremo lo sentiremo un po’ più caldo o un po’ più freddo), mangiare un mega piatto di pasta e un panino col salame, abbracciare più amici possibili e fargli capire che non li dimentichi anche se non vi sentirete su whatsapp ogni 30 secondi e infine, riposare nel proprio letto, aprire la finestra e ascoltare il rumore della notte.

We can all do something

Come contraddire queste parole? Non si può! Tutti possiamo fare qualcosa, sempre. Non c’è distanza che tenga. Questo è l’ennesimo esempio di come un’esperienza non è mai fine a se stessa. L’Africa non finisce nella scatola dei ricordi perchè ti rende partecipe e parte attiva nel tuo quotidiano. C’è poco da fare, è lei che arricchisce te!
Il Progetto Karamoja non muore, non si spegne lentamente, non viene messo da parte tra le mille cose da fare.
Ci chiama anche questa volta a fare la nostra parte. Entro il 30 aprile si raccoglierà del materiale diretto a Matany, presso la missione dei Comboniani (vedi pagina “I Comboniani” per saperne di più), dove la scorsa estate un gruppo di giovani scout della zona di Pavia ha prestato servizio.

Di cosa c’è bisogno?
Vestiti ancora in buono stato, in particolare abiti da lavoro; materiale per l’edilizia e l’agricoltura (zappe, badili, martelli, pinze, ecc); medicinali a lunga scadenza.

https://www.facebook.com/events/681536108554523/?ref_dashboard_filter=upcoming

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Alakara!

Alakara: ultimo giorno.

Questo post è stato pensato per darvi tutte le informazioni necessarie per organizzare un viaggio simile al mio.

Quali documenti servono?
Prima di tutto il passaporto, con marca da bollo valida (ha un anno di validità dalla data del rilascio: esempio, vi hanno rilasciato il passaporto il 20 febbraio, non importa l’anno, e partite ad agosto, significa che la vostra marca da bollo sarà valida solo per i mesi tra agosto e il 20 febbraio). Poi, portate con voi 50 dollari da consegnare all’arrivo alla polizia di frontiera per il visto d’ingresso nel Paese.

Quali vaccinazioni fare?
Nessuna è obbligatoria, ma se è il primo viaggio in un paese in via di sviluppo sono caldamente consigliate: antitetanica, antiepatite A e B, anticolera e le profilassi per la febbre gialla e la malaria.

Per approfondire e prepararvi al meglio prima di un’eventuale partenza, cliccate sul sito del ministero viaggiaresicuri.it, mentre per segnalare la vostra presenza in Uganda, o in qualsiasi altro paese del mondo, registratevi su esteri.it.

Cosa mettere in valigia?
Dipende dalla stagione, in ogni caso qualcosa per ripararvi dalla pioggia va sempre bene. Sicuramente abiti leggeri, di cotone o lino, ma sempre lunghi.
Dovete stare comodi e liberi di farvi sporcare dalla terra rossa. Non dimenticate un cappello o qualcosa per ripararvi dal sole. Scarpe: rigorosamente chiuse.
A proposito di igiene, è bene portare con se un bagnoschiuma o un sapone biodegradabile per non inquinare.

Attenzione: anche in Uganda ci sono le zanzare, non poche. Partite con un repellente.

Raccontato questa esperienza, tanti mi hanno chiesto cosa si deve fare per poter partecipare ad un progetto di volontariato. Non servono grandi doti, ma una buona quantità di pazienza e disponibilità.
La missione comboniana di Matany, il villaggio nella regione del Karamoja, ospita ogni anno giovani volontari che decidono per un periodo dell’anno di dedicare il loro tempo a disposizione della popolazione. Studenti di ingegneria che costruiscono pozzi o edifici, futuri medici che vivono quotidianamente la realtà dell’ospedale di Matany. Ma anche ragazzi e ragazze che trascorrono le giornate giocando con i bambini del villaggio.

Nelle prossime settimane provvederò ad aggiungere qualche link interessante e utile.
Per ora grazie per questo viaggio insieme, anzi…alakara!

“Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, la pietra che ha cambiato posto.” -Jose Saramago-

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